impossible sites dans la rue


intervista mi dkr 08
21 Giugno 2008, 12:51 p
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La suivante interview a été réalisée à Dakar, dans le mois d’avril ; les questions ont été écrites par Matteo Lucchetti, donc envoyées par e-mail et enregistrées en Sénégal, avec la collaboration de Malang Nanky (UCAD, Dakar).

La seguente intervista è stata realizzata a Dakar, nel mese di aprile; le domande sono state scritte da Matteo Lucchetti, quindi inviate per e-mail e registrate in Senegal, grazie alla collaborazione di Malang Nanky (UCAD, Dakar).  

Seydou Wad si definisce artista plastico. Vive e lavora a Dakar.

 

ML Come descriveresti la condizione di coloro che vivono quotidianamente in strada senza avere minimamente chiara l’idea di ciò che è uno spazio pubblico e ciò che è uno spazio private? Quali i soggetti che vivono in questa condizione a Dakar?

SW Si tratta, in generale, di persone che subiscono condizioni infelici, persone che vivono situazioni sociali molto difficili. La loro condizione di vita in strada è dura; qualche volta riescono a procurarsi dei rifugi, spesso occasionali, grazie ad incontri con persone e strutture che agiscono nel sociale e che aiutano coloro che versano in grosse difficoltà. Talvolta vengono assistiti da opere caritatevoli. In qualsiasi caso, la loro vita per strada è fatta ogni giorno di miseria, desolazione, carenze. Si tratta anche di persone che hanno abbandonato presto la scuola e che non hanno sviluppato gli strumenti utili a crearsi un’idea limpida del confine tra spazio pubblico e privato [ condizione occidentale d’intendere i luoghi abitati e recentemente importata/imposta in Senegal, n.d.GN ]; non possiedono gli strumenti per comprenderne le differenze. Tale condizione è complicata da una nuova architettura che non rispetta alcuna regola nella costruzione degli edifici e nella gestione dello spazio, in generale.

 

ML Quali sono i soggetti che vivono nelle strade di Dakar e quali gli elementi in comune tra di loro come appartenente a differenti categorie sociali?

SW Si tratta di persone che spesso appartengono ad uno strato sociale molto basso, che non hanno lavoro e per le quali la vita non è affatto facile; si tratta in generale di talibé, che noi in Senegal chiamiamo Talibé di Madja, bambini abbandonati che mendicano per sopravvivere. Non provengono necessariamente dalla nostra regione; arrivano anche dalla Guinea, dal Mali, … grazie a sistemi di trasporto capaci di eludere i controlli. Sono in generale ragazzi con difficoltà gravi a livello sociale. Quando arrivano a Dakar, ciascuno con un viaggio molto difficile alle spalle, cominciano ad abitare le strade di Dakar, dove cercano di procurarsi, giorno per giorno, un domicilio.

 

ML Potresti fare cenno all’esperienza che stai portando avanti con Am Arts e di come voi, in forma di gruppo, abbiate concepito come approccio preferenziale delle vostre azioni collettive, questa pratica definibile relazionale?

SW Am Arts è un gruppo di artisti plastici, tutti diplomati alla Scuola Nazionale d’Arte. In Am Arts, si condividono le medesime idee e ci si adopera per la diffusione e l’insediamento dell’arte nella vita sociale. Il nostro pensiero gravita attorno alla delocalizzazione dell’arte dai luoghi ad essa abituali (mi riferisco a gallerie, musei ecc), verso quei luoghi dove sia poco conosciuta o mal inserita. Le nostre azioni hanno spesso rivelato un carattere sociale ed educativo; abbiamo tra l’altro previsto nel nostro programma di attività, per ciascun anno, di lavorare con persone o strutture che si occupino dell’infanzia, perché noi di Am Arts riteniamo profondamente che l’arte sia, nella sua stessa essenza, innanzitutto una forma di comunicazione.

 

ML Descrivendo voi stessi, definite il vostro gruppo come composto da ‘artisti plastici’. Ma quali sono le vostre considerazioni in merito al ruolo dell’artista all’interno del vostro ambiente sociale e culturale quotidiano?

SW Ritengo che l’artista debba ogni giorno, con la sua mente, porsi al di sopra del proprio ristretto ambito (fisico, sportivo, culturale); l’artista è soprattutto un comunicatore, un educatore; talvolta deve giungere alla denuncia di aspetti negativi della propria società. L’artista deve anche essere un fédérateur, un unificatore, un accentratore d’energia. Le sue azioni devono avere un intento che porti sempre ad accendere relazioni tra le persone con cui si confronta e cresce; la sua volontà deve ogni giorno cercare di mediare tra lui stesso e l’ambito all’interno del quale il senso comune evolve.                     

 

ML Lavorare con IMPOSSIBLE SITES dans la rue presso i due centri, che rappresentano due realtà differenti – di accoglienza permanente o temporanea per bambini senza casa – è stato un modo per mettere in relazione voi e il vostro lavoro con due tipologie differenti di bambini, che rappresentano due differenti realtà all’interno della comunità Senegalese. Avete mai percepito il vostro lavoro con loro come una modalità per raggiungere un’utenza più ampia e più adulta? Quali sono, inoltre, gli strumenti che le giovani generazioni hanno oggi rispetto a quelle passate, in termini di “access to knowledge”?

SW Penso che abbiamo fornito un grande apporto; i ragazzi hanno potuto superare la loro routine, svolgere delle attività che facevano vincere grosse infelicità; allo stesso tempo, hanno acquisito e comprese nuove forme per esprimere la propria personalità. Ci sono stati momenti di grande scambio tra loro, da un lato, e tra loro e noi, dall’altro. Siamo stati, anche ed allo stesso tempo, dei facilitatori, degli intermediari nell’incontro, nel gemellaggio, negli scambi tra le due differenti strutture in cui abbiamo segnato il nostro passaggio. Il progetto, in conclusione, ha innescato molti meccanismi allo stesso tempo, sia tra i bambini sia tra coloro che sono loro vicini e che di loro si occupano. Posso anche aggiungere che l’aspetto comunicativo, con l’esterno, è stato molto bene preso in considerazione.

 

ML La festa – evento conclusivo di ogni intervento di IMPOSSIBLE SITES – come un momento di scambio di esperienze ma anche come happening culturale con i suoi codici e le sue possibilità. Può questa definizione della festa essere vera anche all’interno della realtà senegalese?

SW La festa nella sua stessa essenza, come concetto base, ha sempre voluto essere un momento di comunione, di condivisione, d‘incontro. Ha nella maggior parte dei casi cercato di liberare le emozioni, di portare alla fraternizzazione, di fare scambiare delle esperienze per meglio conoscersi e meglio apprezzarsi. Quindi è, in un certo senso, un fattore di connessione sociale, ma anche culturale. Essa è in grado di rivelare tutte le particolarità, tutte le differenze esistenti a livello individuale; nel tentativo, però, di trovare punti di convergenza. Ritengo che tutto questo appartenga pienamente anche alla nostra realtà senegalese.

 

ML Infine, parlando dei risultati, come sentite che queste esperienze siano riuscite ad interessare il modo di vivere quegli spazi da parte dei bambini, ed inoltre, in quale forma questa esperienza ha saputo incidere – se vi è riuscita – sul vostro lavoro?

SW I diversi laboratori realizzati nei diversi centri hanno tutti cercato di fare vivere ai bambini dei momenti di divertimento, di gioco, di comunione, ma hanno anche permesso a noi di operare un intervento di solidarietà, seguendo un desiderio che accompagna la nostra vita di tutti i giorni. I direttori, gli educatori e coloro che gestiscono le due strutture hanno inoltre ben compreso ed apprezzato il nostro intervento; si sono, infatti, mostrati intenzionati ad ospitare in futuro azioni simili, per aiutare i bambini ad evolvere nell’acquisizione di valori mentali, sociali e culturali e desiderano collaborare con noi nel cercare nuove forme di accesso alla conoscenza, capaci di fondere l’atteggiamento giocoso a quello strettamente educativo.

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