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A colloquio con Voi.
Libere provocazioni di un clown, che è anche musicista e che fonda sulla pedagogia la propria competenza.
Il gioco dans la rue
Dakar, 14/02_08
Nel breve cammino sin qui fatto e che oggi mi porta in Africa, in Senegal, lontano dalla mia cultura, scelgo la contaminazione tra arte e gioco come strumento principe per dar vita alla rivoluzione esperienzale del Luogo Impossibile.
Rifiuto gli artisti snob con etichetta, che se ne stanno lontano dalla gente; non amo chi si erige al di sopra delle persone cosiddette comuni, che si vanta del prezzo dei suoi lavori e che lascia sia una moda ignorante ad ammirare le sue opere.
Non deve essere così.
L’artista è chiunque si esprima con consapevolezza attraverso le più svariate forme; è chi regala parti di sé al prossimo, è chi rischia la propria emotività per comunicare.
Arte come gioco, gioco come arte: una fusione di mondi interiori, un’esperienza senza veli, un incontro tra culture, generazioni e classi sociali diverse.
Pensiamo all’infanzia, quella straordinaria fase della vita in cui ci sentivamo liberi, leggeri, nella quale non esistevano stasi o rancore, noia o apatia.
Ricordiamo quanto piacere provavamo nello stare insieme agli altri; ripensiamo allo scherzo, alla complicità, al tatto, al contatto.
Era la totale assenza di pregiudizi e stereotipie. Era la libertà; nel movimento e nell’esplosione manifesta dei sentimenti.
Si potrebbero scrivere pagine intere sulla meraviglia di quell’età straordinaria, sulla sua spontaneità; ad ogni bambino e ad ogni adulto dovremmo garantire l’inviolabilità del diritto ad un trasparente e coinvolgente godimento dell’infanzia.
L’arte, in comunione alla dimensione ludica, può risvegliare sensazioni sepolte nella presunta età matura.
Impegniamoci ad accogliere e risvegliare i piaceri prima descritti, ognuno di noi nella sua soggettività, con la propria storia di vita, nel suo percorso attuale, dimenticandoci dei pregiudizi, della rigidità, del passato e del futuro; godiamo semplicemente del momento in sé, del presente.
Vi propongo adesso di stare con noi, di essere voi i protagonisti del gioco e dell’arte che in questo istante sta nascendo; nessuna prestazione viene richiesta, nessuno vi giudicherà per le vostre abilità.
Spero ardentemente, tra poco, di creare con voi.
Incontro.
Questa parola racchiude in sé molti significati, emozioni, e soprattutto apre le porte della comunicazione tra mondi diversi.
Rifletto.
E penso alle barriere culturali, linguistiche e razziali che dividono, che impediscono uno scambio reciproco tra persone, che sovente persino sfociano in odio e paura.
Sono solo muri di vetro.
Ci vediamo senza guardarci, ci ascoltiamo senza sentirci e viviamo nel timore di condividere uno spazio comune, di sfiorarci appena. Terrorizzati, perdiamo la forza vitale di scoprire e fonderci con altri mondi; rinunciamo coscientemente a questa ricchezza, tutti i giorni.
Lo facciamo ogni qualvolta rifiutiamo, sterili, di metterci in gioco.
Gioco.
Si dice: «solo i bambini giocano».
Errore.
Dovremmo forse vergognarci di avere mantenuto negli anni una dimensione ludica capace di bruciare e produrre energia? Niente affatto. Il mondo in cui ognuno di noi vive e abita è disseminato di Luoghi Impossibili, inaccessibili fisicamente ed ermeticamente chiusi nella propria cultura, spazi bui, vuoti; è compito nostro, di noi persone semplici, di noi gente di tutti i giorni, renderli vivi, fertili, reali ed accoglienti.
Non dobbiamo avere paura.
Pronunciamo la parola fiducia senza tremare, respirandola dolcemente, restituendole la dignità che le spetta, cogliendone ogni sfumatura e contraddizione.
Incontriamoci; leviamoci i vestiti.
Caschino le maschere.
Mente, mani, ventre; abbracciamoci.
Mani e occhi nello stesso istante dipingono in aria l’immagine della vittoria sulle paure che non ci facevano dormire.
Questo è il gioco, meraviglioso e straripante.
Può sembrare strano ma, una volta giocato insieme, avremo addirittura voglia di mangiare nello stesso piatto.
Condivisione.
Una parola che sembra inevitabilmente valicare il confine della nostra privacy.
Il pudore urla: «Io non ti conosco».
Ecco.
Siamo noi il primo Luogo Impossibile.
Lo diventiamo evitandoci per le strade, non parlando sui treni, accomodando i tempi vivi delle nostre esistenze su divani di abitudini che annebbiano il gusto del nuovo, del rischio, del diverso.
Ci ritroviamo così, inermi, in balia di una frenesia immobile, lasciando ad altri il godimento della consapevolezza di essere animali sociali atti all’incontro, allo scambio, alla necessità di sentirsi vicini ed eguali.
A chi dice che «dopo Caino ed Abele, nessuno ha più fratelli», amo rispondere che è unicamente una nostra scelta vivere in armonia: solo attraverso la conoscenza dell’altro si può coesistere in pace. Può sembrarvi tutto ciò uno slancio di utopia, un semplificare ingenuamente concetti complessi e radicati da sempre nella mente dell’uomo.
Scegliamo uno specchio in cui guardarci e che non sia deforme, nel quale non apparire secondo retaggi e convenzioni, ma essere onestamente; esserci.
Possediamo un’infinità di veicoli che ci consentono di comunicare, ognuno ha in seme ragione ed energia, concretezza e meraviglia.
Libere interpretazioni danno belle vertigini.
Giorgio POMERÀNZ
